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Quando vado a correre, c’è un momento preciso in cui smetto di pensare a dove metto i piedi. Il fondo è abbastanza regolare, il ritmo si è stabilizzato, e a quel punto qualcosa si allenta. Non cerco più niente. Lascio che arrivi.

È strano come funziona: proprio quando smetti di controllare, le cose trovano la strada da sole.

L’armatura che non ricordiamo di indossare

Chi arriva in studio con un mal di schiena, un mal di testa o una colite, spesso dice una cosa simile: “Sento il mio corpo come un blocco di cemento.”

Non è solo una metafora. È una definizione precisa che descrive qualcosa che è successo davvero.

In Bioenergetica, quella rigidità viene chiamata armatura caratteriale

Da bambini, quando ci siamo trovati davanti a qualcosa di troppo — una paura, una perdita, un dolore insopportabile — abbiamo contratto il nostro corpo per proteggerci. Abbiamo imparato a stringere i denti. A trattenere il respiro. A contrarre la pancia, la gola, il petto.

Quella contrazione, all’epoca, era intelligente. Era la risposta migliore in quel momento.

Il problema è che il corpo non sa che il momento è passato. Continua a tenere. Anno dopo anno, quella protezione diventa una prigione— e la prigione comincia a fare male.

Metti la cera, togli la cera

C’è una scena nel film Karate Kid che cito spesso quando un paziente mi guarda perplesso davanti a un esercizio che gli sembra insensato.

Il ragazzino vuole imparare il karate. Il maestro gli fa lucidare le macchine per giorni — metti la cera, togli la cera — con un movimento circolare, lento, ripetuto. Il ragazzino protesta: “Voglio imparare il karate, non lucidare le macchine.”

Non sa ancora che sta già imparando.

Nel lavoro con il corpo succede qualcosa di simile. Gli esercizi sembrano piccoli, a volte quasi banali. Sentire il peso dei piedi sulla terra. Lasciare che il respiro scenda un po’ più in basso. Permettere a una tensione di ammorbidirsi invece di combatterla.

In apparenza non succede niente. Eppure qualcosa si muove.

Lasciare andare non è cedere

C’è una distinzione che nel lavoro con la Forza Vitale torna continuamente: la differenza tra caricare e contenere da un lato, e arrendersi dall’altro.

Caricare e contenere significa imparare a sentire più energia nel corpo senza esserne sopraffatti — costruire la capacità di stare dentro a qualcosa di intenso restando presenti.

L’arrendersi — il surrender — è il movimento opposto e complementare. Non è sconfitta. È dire al corpo che può smettere di lottare. Che può lasciare che l’energia riprenda finalmente a scorrere. Che può lasciarsi cadere sull’erba alla fine di una camminata faticosa.

Come quando, in corsa, smetti di controllare dove metti i piedi.

E le cose trovano la strada da sole.