Skip to main content

Cosa succede quando l’emozione preme?

Qualche giorno fa, durante un momento delicato di una seduta, un piccione si è appoggiato sul davanzale della finestra con lo sguardo verso l’interno della stanza. Il mio paziente se ne è accorto e ha sorriso: “Sembra interessato.”

Gli ho detto di raccontare anche al piccione quello che stava raccontando a me.

Il piccione è volato via.

Ci siamo guardati. E in quel momento qualcosa si è allentato — come succede quando ci si sente ascoltati davvero, anche solo per un istante.

Quello che preme dentro

Spesso chi arriva in studio descrive le proprie emozioni come qualcosa da cui proteggersi. Un’ansia che travolge. Una rabbia che sfugge di mano. Una tristezza che appesantisce senza una ragione precisa.

La domanda che torna è sempre simile: come faccio a gestirle?

C’è però un equivoco di fondo. Quelle che sentiamo come chiamiamo emozioni “negative” non sono difetti. Sono energia. Energia che ad un certo punto abbiamo dovuto bloccare — per sopravvivere a qualcosa, per adattarci, per non essere travolti.

Immagina Ben Shapiro paragonava la Forza Vitale a un fiume di montagna. Quando l’acqua scorre, si purifica da sola. Se qualcosa ne blocca il corso, l’acqua ristagna. E ristagnando, perde vitalità e imputridisce.

Le nostre tensioni muscolari croniche funzionano così. Trattengono qualcosa che vuole muoversi scorrere. E quella pressione — l’ansia, la rabbia, la tristezza — è l’energia che preme contro quel blocco, cercando una via.

Quando restiamo soli con le nostre parti

Quando l’ansia ci assale, è come se la parte più matura di noi — quello che nel lavoro con la Forza Vitale chiamiamo Adulto — fosse temporaneamente uscita dalla stanza.

Come il piccione.

A prendere il comando restano le parti più spaventate, o più arrabbiate. I nostri Sotto-sé. Non si tratta di eliminarle. Si tratta di far tornare l’Adulto — di rafforzarlo, poco a poco, finché riesce a restare presente anche quando le emozioni si fanno intense.

Ritrovare terra

Nell’Analisi Bioenergetica il lavoro inizia sempre dal corpo.

Sentire i piedi sulla terra, lasciare che il respiro si faccia più pieno. Non è solo una metafora — è un’azione concreta che cambia qualcosa. Quando il corpo trova terra, l’ansia fatica a sollevarci non riesce più a portarci altrove.

C’è poi un movimento che chiamiamo caricare e contenere: sentire l’intensità di un’emozione senza esserne sopraffatti. Non spegnerla. Tenerla. E poi c’è l’arrendersi — il surrender — che non significa cedere, ma smettere di trattenere. Lasciare che l’energia si muova, scenda, si trasformi.

Poco alla volta.

Non la calma, ma la presenza

Modulare le emozioni non significa diventare impassibili.
Significa passare dal dover apparire sempre calmi — una prestazione — all’essere capaci di stare con quello che sentiamo — una presenza.

Come stare sul davanzale qualche secondo. Poi volare via. Ma esserci stati davvero.