Quando ero un bambino, avrò avuto sette anni, uno dei miei giochi preferiti nella vasca da bagno era questo: facevo qualche respiro profondo e poi mettevo la testa sott’acqua trattenendo il fiato più a lungo possibile. Quando non ce la facevo più, tiravo fuori la testa, buttavo fuori tutta l’aria e riprendevo a respirare. E nei minuti successivi accadeva un’altra cosa: un grande senso di rilassamento e di benessere che durava diversi minuti.
Ogni tanto ci ripenso. Quel gioco conteneva già tutto, il trattenere, il limite, il lasciar andare. E quella sensazione alla fine, quando il respiro tornava, non era solo sollievo. Era qualcosa di più ricco e di più pieno.
Spesso, nel mio studio, osservo persone che sembrano vivere con una sorta di “respiro al minimo”. E quando chiedo loro “Come senti il tuo respiro?”, la risposta più frequente è “Normale” accompagnata da un’espressione sorpresa come a dire “C’è qualcosa che dovrei sentire?”
È come se il nostro corpo si fosse ormai abituato a respirare in modo da evitare di sentire troppo, per mantenere un controllo stretto su emozioni che temiamo possano travolgerci.
La respirazione è una funzione preziosa per la nostra vita. Eppure siamo disponibili a sacrificarne una parte, anche una parte importante, quando costruiamo la nostra armatura caratteriale.
Il respiro e la storia del corpo
Secondo l’Analisi Bioenergetica, il modo in cui respiriamo racconta chi siamo. Lowen sosteneva che la capacità di sentire, di essere davvero in contatto con se stessi e con gli altri, dipende strettamente dalla profondità del respiro.
Quando da bambini abbiamo incontrato qualcosa di troppo – paura, dolore, tristezza, rabbia intollerabili – il corpo ha trovato un suo modo per contenere. Contrarre la pancia. Gonfiare il petto. Sollevare le spalle. Mai riempirsi del tutto di aria, e nemmeno svuotarsi del tutto. In breve: respirare al minimo.
Respirare al minimo è, in fondo, un modo per non disturbare il manovratore. Ovvero un meccanismo che impedisce di mettere in discussione l’equilibrio emotivo che ci siamo faticosamente costruiti.
Va detto: quel trattenere, all’epoca, era la miglior risposta. Era indispensabile. Il problema è che il corpo non dimentica, continua a trattenere anche quando il pericolo è passato da anni. E quella che era protezione è diventata un’abitudine così profonda da essere considerata normalità.
Molti non sanno di respirare a metà. Lo scoprono solo quando il respiro torna.
Il prezzo di respirare al minimo
Respirare al minimo ha un costo che non ci accorgiamo di pagare. Le nostre cellule vivono e lavorano in presenza di ossigeno: se il suo apporto attraverso il respiro è ridotto, ogni funzione del corpo ne risente.
C’è poi un aspetto meccanico. Il diaframma, il principale muscolo respiratorio, si muove con un ritmo a due fasi, inspirazione ed espirazione, e se questo movimento diventa meno ampio, non solo si riduce lo scambio di ossigeno e anidride carbonica — si riduce anche il “massaggio” che il diaframma esercita su cuore e apparato digerente, e che contribuisce al loro miglior funzionamento.
E un prezzo alto lo paga anche la nostra vita emotiva. Un respiro superficiale, che perde profondità, è un respiro che fa perdere profondità anche al sentire. Si continua a provare qualcosa, certo — ma smorzato, come attraverso un vetro. Meno paura, ma anche meno gioia. Meno dolore, ma anche meno piacere. Meno rabbia, ma anche meno passione. È il compromesso silenzioso di chi ha imparato, da bambino, che sentire fino in fondo non era opportuno — e che oggi, da adulto, spesso nemmeno ricorda di aver fatto.
Diventare consapevoli
Diventare consapevoli del proprio modo di respirare è già, di per sé, terapeutico. Non è possibile cambiarlo subito — però posso chiedermi ogni tanto “come sento il mio respiro ora?” per accorgermi che lo sto trattenendo, o che sto respirando solo nella parte alta del petto. E posso cominciare a fare respiri più profondi.
È lo stesso principio che il bambino nella vasca conosceva senza saperlo: non faceva “un esercizio di respirazione”, stava scoprendo che si può giocare con il proprio limite — trattenere, resistere, e poi lasciar andare — e uscirne non con paura ma con un grande senso di piacere e di sollievo.
Ed è questo uno degli aspetti che la terapia restituisce agli adulti: darsi ogni tanto il permesso di respirare di nuovo come si respirava in quella vasca, pienamente e senza vergogna.

