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“Non riesco a percepire il confine tra il restare me stesso e il trasformarmi in quello che gli altri si aspettano.” 

Non è una questione astratta. È una sensazione fisica — una spossatezza che si accumula, un senso di essere svuotati da dentro.

Il punto centrale 

C’è un’altalena, più precisamente un’altalena a bilico. 

C’è l’alternarsi di salire e scendere, la possibilità di un movimento lento che improvvisamente diventa veloce e viceversa. Insomma un bel gioco. 

Ora immagina di stare in piedi nel punto di equilibrio, il tuo punto di partenza: ti sposti di qualche centimetro verso destra e l’asse comincia ad inclinarsi verso destra. Allora ritorni verso il centro e ti sposti un pochino verso sinistra, e l’asse si inclina a sinistra. All’inizio sei più cauto perché hai paura di perdere l’equilibrio, quasi vorresti stare fermo. Poi continui, prendi confidenza e man mano il tuo punto di equilibrio si estende e diventa una zona di equilibrio.

I due movimenti 

Torniamo all’altalena, questa volta osserva le due estremità. 

Da un lato c’è l’attenzione verso te stesso — stare sulle tue gambe, ascoltare i tuoi bisogni, ritrovarti. Più indugi in quella posizione, più può emergere una paura sottile: quella di rimanere solo, di perdere i legami. 

Dall’altro lato c’è l’attenzione verso l’altro — il contatto, l’intimità, l’unione. Ma se ci stai troppo incontri un’altra paura, più silenziosa: quella di dissolverti. Di non ritrovarti più. Entrambe le paure sono importanti. 

Entrambe affondano le radici in esperienze lontane. E spesso non le riconosciamo come paure — le sperimentiamo semplicemente come il modo in cui siamo fatti.

L’equilibrio non è stare al centro. È imparare a muoversi tra i due poli. 

Il criterio che dovrebbe guidare questa oscillazione non è evitare la paura. È assaporare il piacere — di appartenere e di essere autonomo. 

Se resti troppo a lungo su un solo lato — che sia quello delle aspettative degli altri o quello di ascoltare i tuoi bisogni — l’energia ristagna. Quella spossatezza profonda che molti descrivono, quella sensazione di essere svuotati da dentro, non è debolezza. È il segnale che l’altalena si è bloccata. 

Perché l’oscillazione sia possibile, serve che l’Adulto torni presente. 

Non per eliminare le paure che emergono ai due estremi — quelle non scompaiono per decreto. Ma per riconoscerle e scegliere comunque di muoversi. 

Il grounding è una funzione dell’Adulto, è il versante corporeo di questo lavoro: se senti il sostegno dei piedi sulla terra, riesci a trovare i tempi e i modi giusti per la tua oscillazione.

Puoi stare molto vicino senza scomparire. E stare più distante senza perdere il legame. 

La vita sana non è immobilità. È oscillazione.