Ho costruito un bunker, dentro di me.
Negli anni l’ho reso sempre più confortevole: una ricca raccolta di pensieri,
alcuni recriminatori, altri consolatori.
Un album di immagini e di voci del passato.
C’è persino uno spazio per un po’ di esercizio.
Non lo abito sempre.
È il luogo in cui vado a riposare dopo periodi in cui sono molto esposto.
È il luogo in cui mi ritiro quando mi sento deluso, rifiutato o quando ho paura di essere ferito di nuovo.
Quando sono lì, non lascio entrare nessuno.
E non esco mai.
Anche il telefono è staccato.
All’inizio mi sento al sicuro. Protetto. Al riparo.
Poi qualcosa cambia.
I pensieri cominciano a girare. Mi sento vittima di ingiustizia. A volte perseguitato.
Posso persino immaginare che ci sia qualcosa o qualcuno contro di me.
I miei Sotto-sé soffiano sul fuoco. Alimentano questi pensieri… che a loro volta alimentano il disagio.
E quello che era un rifugio, poco alla volta, diventa una prigione.
Il tempo che passo nel bunker varia.
A volte pochi minuti. A volte molto di più.
Le cose cambiano quando il mio Adulto torna a farsi presente.
Inizia da un punto semplice: accoglie le parti di me che si sono sentite ferite.
Le ascolta. Le consola.
E così, poco alla volta, qualcosa si muove.
Si apre una finestra. Entra aria nuova.
Poi si apre la porta.
E diventa possibile fare un primo passo verso il mondo.
Il nostro Adulto diventa un po’ più forte.
Può aprire uno spiraglio.
Può affacciarsi fuori.
Può tornare dentro con qualcosa di nuovo.

