Ogni tanto lo faccio: cammino cercando di appoggiare sempre i piedi sulla linea bianca che delimita la carreggiata, larga quanto la mia scarpa. Un passo dopo l’altro, riesco a fare lunghi tratti senza mettere i piedi fuori dalla linea e senza nemmeno guardare dove metto i piedi. E mi rendo conto che, progressivamente, il mio corpo si rilassa.
Se immagino di fare la stessa cosa camminando su una trave della stessa larghezza ma posta a una spanna da terra, la mia andatura sarebbe più prudente. Posso anche immaginare come reagirebbe la mia muscolatura: tenderebbe a contrarsi, a irrigidirsi.
L’equilibrio è il risultato di un dialogo costante tra ciò che il corpo percepisce, attraverso l’orecchio interno, la vista e le sensazioni che arrivano dai muscoli e dai piedi, e ciò che il cervello orchestra in risposta. È un movimento continuo, non una posizione fissa.
A questo dialogo partecipa anche la nostra parte emotiva: abbiamo paura di perdere l’equilibrio, ma anche delle conseguenze della sua perdita. Ci spaventa quel momento di incertezza che accompagna una possibile caduta e, soprattutto, quello che potrebbe accadere subito dopo. Se cadessimo dalla trave posta a una spanna da terra, potremmo farci male. E se ci fosse qualcuno a guardarci, potremmo sentirci derisi e umiliati.
Quando camminiamo su una trave stretta, dobbiamo confrontarci con quello che stiamo facendo e con ciò che potrebbe accadere. Le due cose si intrecciano: mentre cerchiamo di mantenerci in equilibrio, possiamo già immaginare la caduta, il dolore, lo sguardo degli altri. Queste possibilità influenzano il modo in cui ci muoviamo e le reazioni che mettiamo in atto, diventando a tutti gli effetti parte della nostra esperienza presente.
Un rapporto diverso con le nostre paure
Possiamo però provare a riconoscerle, dar loro un nome e considerarle per quello che sono: possibilità, timori, aspettative che fanno parte di noi, ma non coincidono necessariamente con ciò che sta accadendo. Non è sempre facile, ma questo riconoscimento ci permette di avere un rapporto diverso con le nostre paure, evitando di sentirci in loro balia.
Quando abbiamo paura di perdere l’equilibrio, il corpo può irrigidirsi. Le contrazioni muscolari ci aiutano a controllare i movimenti e a proteggerci, ma possono anche limitare la nostra capacità di adattarci. A volte, senza accorgercene, cerchiamo nella rigidità una sicurezza che il corpo potrebbe trovare anche in un movimento più libero.
Credo che qualcosa di simile accada anche quando è in gioco il nostro equilibrio emotivo.
Se abbiamo paura di sbagliare, di essere giudicati o di deludere qualcuno, possiamo cercare di controllare quello che facciamo e quello che mostriamo di noi. Possiamo diventare prudenti, evitare situazioni in cui non ci sentiamo sicuri, rinunciare a tentare qualcosa di nuovo. E, anche senza rendercene conto, possiamo irrigidirci, trattenere il respiro, limitare la nostra spontaneità.
Come sulla trave, non temiamo soltanto quello che potrebbe accadere, ma anche le conseguenze che immaginiamo. Un errore può diventare qualcosa di più di un errore: può farci sentire incapaci, inadeguati, esposti al giudizio degli altri.
In entrambi i casi, il tentativo di proteggerci può finire per limitare la nostra libertà di movimento. Cerchiamo di non cadere, ma intanto riduciamo la possibilità di muoverci con naturalezza.
Il lavoro bioenergetico
Il lavoro bioenergetico può aiutarci a riconoscere queste modalità di protezione attraverso l’esperienza corporea. Possiamo sentire come il nostro corpo reagisce quando il nostro equilibrio viene messo alla prova, quali tensioni aumentano, quanto tratteniamo il respiro e quanto riusciamo ad affidarci alla possibilità di correggere il movimento.
Non si tratta di eliminare ogni contrazione muscolare: alcune sono necessarie. Si tratta di distinguere quando una protezione è utile e quando continuiamo a utilizzarla anche in situazioni in cui potremmo permetterci una maggiore libertà.
Lo stesso vale per le nostre paure. Possiamo cercare di vincerle, convincerci che non abbiamo motivo di averne o rimproverarci perché continuano a condizionarci. Ma possiamo anche provare a riconoscerle e a comprendere che cosa cercano di proteggere.
Nella prospettiva della Forza Vitale di Bennett Shapiro, possiamo leggere alcune delle nostre modalità di difesa come parti di noi che si sono organizzate per proteggerci da esperienze dolorose vissute nell’infanzia. Ci hanno aiutato e vorrebbero continuare a farlo, anche quando le circostanze sono cambiate e quel modo di proteggerci non è più necessario, o non lo è più nella stessa misura.
Queste parti si sono organizzate per proteggerci e hanno fatto del loro meglio. Il problema nasce quando continuano a farlo secondo modalità diventate rigide, anche in situazioni in cui oggi avremmo altre possibilità.
Come possiamo cambiare questa situazione? Quando una parte di noi desidera cambiare e un’altra teme le conseguenze del cambiamento, può essere necessario procedere per piccoli passi. Possiamo dare spazio al desiderio di provare qualcosa di nuovo senza pretendere che la paura scompaia prima di cominciare.
A volte questo richiede dei compromessi: trovare un modo per fare un passo senza sentirsi costretti ad affrontare tutto in una volta. Non è detto che il compromesso sia il punto di arrivo. Può essere una tappa attraverso cui le diverse parti di noi cominciano a riconoscersi e a fidarsi, fino a trovare un’alleanza che le soddisfi tutte.
L’obiettivo non è costringere la parte impaurita a tacere, ma fare in modo che il suo bisogno di protezione non soffochi il desiderio di vivere, di esplorare, di cambiare e di esprimersi. Possiamo così scoprire che non siamo obbligati a scegliere tra la sicurezza e la libertà: possiamo cercare un modo di stare al mondo in cui entrambe abbiano spazio.
Mantenere l’equilibrio non significa conquistare una condizione in cui non vacilliamo più e non abbiamo più paura. Significa imparare ad adattarci, riconoscere quello che ci succede e ritrovare un appoggio quando lo perdiamo.
La domanda, allora, non è soltanto come facciamo a non cadere, ma anche che cosa succede quando abbiamo paura di cadere.
Ci irrigidiamo per impedire ogni oscillazione? Cerchiamo di controllare ogni movimento? Oppure riusciamo a sentire quello che sta accadendo, a correggere la postura e a lasciare che il corpo trovi una nuova risposta?
Forse il punto non è imparare a non cadere, ma scoprire che possiamo perdere l’equilibrio senza perdere la possibilità di ritrovarlo.




