Che cos’è la struttura caratteriale?
Da bambino, intorno ai dieci o dodici anni, ero affascinato dai racconti di cavalieri medievali. Lancillotto, re Artù, i cavalieri della Tavola Rotonda: li immaginavo avvolti in armature lucenti, protetti e allo stesso tempo sorprendentemente agili.
L’armatura li teneva al sicuro dai colpi, ma non impediva loro di muoversi, di montare a cavallo, di combattere, quasi di danzare nel combattimento. Nella mia fantasia infantile, l’armatura era una buona alleata: solida, affidabile, necessaria.
Molti anni dopo, incontrando il concetto di armatura caratteriale di Wilhelm Reich, quell’immagine è tornata con forza.
Anche per Reich l’armatura serve a proteggere: è una difesa costruita nel tempo
contro il dolore, la paura, la frustrazione. Solo che, a differenza dei cavalieri, questa armatura non si può togliere. È fatta di tensioni muscolari croniche, di rigidità emotive, di modi fissi di reagire. Protegge, sì, ma allo stesso tempo limita il respiro, il movimento, la vitalità, il modo di pensare.
Quello che nasce come difesa diventa una prigione.
Alexander Lowen raccoglie questa eredità e fa un passo ulteriore. Parla meno di armatura come corazza compatta e introduce l’idea di struttura caratteriale.
La struttura caratteriale riguarda il modo in cui il corpo si è plasmato nel corso della vita:
dove trattiene energia, dove è rigido, dove invece è più cedevole o fragile. Allo stesso tempo riguarda il modo di pensare, di percepirsi, di stare in relazione. Ogni struttura ha una sua coerenza: il corpo sostiene un certo assetto psichico e il pensiero conferma e rinforza quel modo di stare nel corpo.
Non una corazza uniforme, ma un abito cucito nel tempo, con rinforzi, pieghe, zone rigide e zone consumate.
Nel passaggio da Reich a Lowen cambia lo sguardo: dalla difesa che irrigidisce al modo in cui una persona sta nel mondo. L’obiettivo non è “rompere l’armatura”, ma renderla più flessibile, dando più mobilità, più respiro, più possibilità di scelta.
Ho imparato che, in fondo, non si tratta di togliere l’armatura, ma di tornare a muoversi con la libertà che da bambino attribuivo ai cavalieri.

