Qualche mattina fa, mentre facevo uno dei miei consueti allenamenti di corsa, riflettevo sulla scelta di scrivere sui Sotto-sé e su come dialogano dentro di me, e mi sono fatto la domanda:
Ma perché voglio scrivere proprio di questo?
La risposta è emersa rapidamente: voglio rendere esplicito ciò che è implicito, soprattutto nelle situazioni in cui mi sento in difficoltà.
Rendere esplicito il mio dialogo interno, così ricco, così carico di contradditorio e così inconsapevole, mi dà la possibilità di diventare consapevole di come abbia creato una determinata credenza che condiziona un mio comportamento e di come la mantengo viva e attiva nel tempo, e consente anche di spostare il focus sulla difficoltà che incontro quando provo ad avere un comportamento diverso da quello abituale.
Per comprendere meglio, faccio un esempio personale.
Fin dai tempi della scuola ho avuto difficoltà a scrivere dei testi e, a tutt’oggi, ogni volta che ci provo arrivo abbastanza rapidamente ad un punto morto, mi fermo e mollo il colpo. In certi casi, anche rispondere ad un messaggio telefonico diventa un lavoro di minuti: io so cosa voglio rispondere, ma quando provo a scriverlo comincia un “scrivi e cancella”. “Qui ci vuole una virgola”, “quella parola è inappropriata”, “questa frase è incomprensibile”, “quello che stai scrivendo non interessa a nessuno” e così via… E ancora, mi sento agitato, cambio posizione, mi alzo per mangiare qualcosa. I Sotto-sé si esprimono anche attraverso sensazioni e movimenti del mio corpo.
Tutto questo dibattito si condensa nell’affermazione: io non so scrivere e questa frase è scolpita nelle mie cellule, è diventata una mia credenza. Ogni volta che mi metto a scrivere, si presenta in automatico e blocca tutto rapidamente.
Secondo questo modello, la credenza si è sviluppata a partire dai commenti negativi, insoddisfatti e scoraggianti che sono stati fatti al mio modo di scrivere nel corso degli anni. I Sotto-sé, che sono la personificazione ed i portavoce interni di quei commenti, si sono aderiti a questa credenza e la mantengono attuale, continuando a dire: “È inutile che ti metti a scrivere, sai già come andrà a finire, nessuno apprezzerà. Dai retta a me, risparmiati questa frustrazione” e così via.
Insomma, tutti quei commenti che sono stati fatti nel passato li ho interiorizzati, li ho fatti miei. E quindi oggi sono io, in quanto proprietario dei miei Sotto-sé, che limito la mia possibilità di scrivere.
Tornando quindi alla domanda iniziale, perché parlare dei Sotto-sé e dei loro dialoghi, la risposta breve è: in questo modo conosco come ho creato o fatto mia una credenza, come l’ho mantenuta viva fino adesso e come, mettendone in discussione la veridicità, posso cominciare a permettermi comportamenti diversi, più funzionali alla mia situazione attuale. E così posso mettermi a scrivere più liberamente…
P.S. La risposta più estesa si svilupperà, un passo dopo l’altro, nei prossimi articoli.

