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Erano già un po’ di mesi che ci pensavo. Mi sono preso il tempo necessario per arrivare a questa decisione riflettendo e ascoltandomi. A dicembre ero pronto e il primo di gennaio l’ho deciso ufficialmente e l’ho comunicato alle persone intorno a me: “smetto con l’attività agonistica”.

Smetto con l’attività agonistica

Messa così sembra il ritiro del campione dopo lunghi anni di successi, in realtà non sono un campione e non ho mai vinto una gara. E credo che il mondo delle corse amatoriali non avrà grandi conseguenze dalla mia rinuncia.

Premetto che non ho problemi fisici, non sono stanco e, tutto sommato, le gare a cui decidevo di partecipare non mi costavano un grande sforzo. Correre mi dà piacere e mi aiuta a mantenermi in forma. Quando anni fa ho iniziato è stato utile darmi degli obiettivi che “agganciassero” la mia volontà e mi permettessero di correre con continuità. A un certo punto mi sono accorto che il mio piacere stava soprattutto nel migliorare il risultato (quanta distanza ho percorso e in quanto tempo) e poco nel sentire la fluidità del movimento e l’ampiezza del respiro o godere dei paesaggi che incontravo.

È stato lì che qualcosa ha iniziato a scricchiolare.

La decisione è maturata dopo una lunga discussione interiore. Mi sono chiesto: “Per godermi il piacere della corsa, ho ancora bisogno di allenarmi e di partecipare alle gare?”.

A quel punto, nel mio spazio interno, hanno preso la parola quelli che nel mio lavoro chiamo “Diavoli”: sono dei Sotto-sé, delle parti di noi che spesso usano toni duri o manipolatori convinti di proteggerci, ma che finiscono per boicottare i nostri reali bisogni.

Il primo a farsi sentire è stato il mio Diavolo Genitoriale. Con tono perentorio e minaccioso, ha sentenziato subito:

“Te lo spiego io perché ne hai ancora bisogno! La gara ti spinge a impegnarti, a migliorarti e a darti una riconoscibilità. Non sei uno dei tanti, ti devi distinguere! Guai a te se molli!”.

È quella voce che abbiamo introiettato da piccoli, quella che crede che valiamo solo se produciamo risultati. Subito dopo è intervenuto il mio Diavolo dell’Adulto. Lui non urla, usa un tono di voce basso, cinico e svalutante:

“Vuoi davvero fare di testa tua? Mi viene da ridere solo a pensare che tu creda di poter rinunciare a quel poco dell’immagine di te che funziona. E in cambio di cosa? Dare ascolto ai tuoi bisogni? Ah ah ah… non ce la farai mai”.

È quella parte che agisce in modo cinico e svalutante, cercando di toglierci il coraggio di cambiare.

Mentre lui parlava, ho sentito un’altra voce sullo sfondo, più sfuggente e infantile: il Diavolo del Bambino. Ridacchiava e mormorava, facendo in modo che gli altri lo sentissero appena:

“Vedrai che cosa riesco a combinare… farò un casino tale che non si capirà più chi vuole cosa”.

È la parte che, sentendosi costretta, reagisce creando confusione per sabotare ogni ordine stabilito.

Come potete immaginare, con un coro del genere sembrava impossibile decidere. L’obiettivo di questi Sotto-sé, infatti, è quasi sempre lo stesso: mantenere lo status quo, impedire che qualcosa cambi davvero.

Mi sono anche reso conto che l’aspetto più produttivo non stava tanto nel prendere la decisione di “smettere di gareggiare”, quanto nel restare in ascolto di questo dialogo, senza affidare il volante a uno solo dei miei Sotto-sé né censurarne nessuno: li ho ascoltati tutti dando loro il tempo necessario.