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Che cosa significa “Io sono il mio corpo”

Ho incontrato l’Analisi Bioenergetica alla soglia dei trent’anni e, con il tempo, mi ha offerto qualcosa che da solo non riuscivo a trovare: un’esperienza viva e concreta del mio corpo come parte integrante della mia identità. Per citare Lowen, è il processo attraverso cui ho iniziato a conoscere che “io sono il mio corpo”.

Non lo dico come un’affermazione assoluta. È più un’esperienza intermittente: ci sono momenti in cui riesco a sentirmi davvero incarnato, altri in cui mi perdo nei pensieri o sono così preso dal fare e dimentico la dimensione corporea. Ma so che, quando serve, posso tornare a quel luogo: tornare a essere il mio corpo, non soltanto a usarlo o osservarlo.

Questo percorso mi ha riportato a un principio fondamentale che l’Analisi Bioenergetica eredita da Reich: mente e corpo non sono due realtà da integrare, perché non sono mai stati separati. Sono due aspetti di un unico processo vitale. A livello fenomenologico possono sembrare in tensione — il corpo che spinge, la mente che frena; il pensiero che vuole, la sensazione che trattiene — ma, se osservati più in profondità, si rivelano come un’unica organizzazione funzionale. Questa è la “identità funzionale” di cui parlava Reich: ciò che accade nella mente accade nel corpo e viceversa, due prospettive su uno stesso movimento dell’essere.

Riconosco i momenti in cui sono il mio corpo perché la dialettica interna si interrompe. Movimento, sensazione, emozione e pensiero smettono di contendersi la scena e diventano parti dello stesso gesto, dello stesso ritmo. Non sono fusi, ma allineati: funzionano insieme. La parola che meglio descrive questa esperienza, per me, è “armonia”. Un’armonia che non è quiete perfetta, ma presenza vigile, una forma di accordatura tra i diversi livelli dell’esperienza.