Mi viene da ridere ancora adesso, un po’ perché vedere una persona che scivola e cade, per me è comico a prescindere. E poi siccome negli ultimi mesi ho scritto spesso di grounding, di stare in equilibrio, di sentirsi sulle proprie gambe, forse mi illudevo che a me non sarebbe successo.

Il fatto è questo: ieri mattina camminavo insieme ad altre persone che come me erano appena uscite dalla stazione. Aveva piovuto ed ero particolarmente attento a come e a dove camminavo, ai cambi di qualità della superficie. Nel passaggio da una superficie più ruvida a una più liscia il mio piede destro ha pattinato, ho perso l’equilibrio e sono caduto. Una donna si è accorta dell’accaduto, si è avvicinata e mi ha chiesto se avessi bisogno d’aiuto. Io mi sono rialzato immediatamente: “grazie, sto bene, non ho bisogno di niente”. Ho ripreso a camminare di buon passo (ero pure in ritardo), come se non fosse successo niente. In tutto sarà passato un minuto, forse anche meno.

Mentre succedeva tutto questo

Mentre succedeva tutto questo e negli istanti successivi, osservavo, stupito e impotente, la mia fretta di chiudere la questione, la velocità con cui mi sono rialzato, il modo, al limite della scortesia, in cui ho liquidato la signora che si era interessata a come stavo, la ripresa del mio percorso verso il lavoro.

Ho riconosciuto l’intervento di un mio Sotto-sé, il mio Diavolo Genitoriale, con i suoi modi severi e secchi: “vergognati, rialzati subito!”. In automatico gli ho obbedito senza prendermi il tempo di chiedermi come mi sentivo. So bene che per quel mio Sotto-sé la caduta, sia reale che metaforica, è un segno di fragilità o di incapacità e uno dei suoi compiti, nella mia vita, è di evitare che io appaia fragile o incapace. A suo modo mi vuole proteggere dalle brutte figure. E quando succede che io cada, lui spinge affinché io mostri rapidamente di essere abile e forte, che la caduta è stata solo una piccola parentesi, da dimenticare in fretta.

C’è stato un altro Sotto-sé diabolico che ha detto la sua nei minuti successivi, è il Diavolo dell’Adulto. Lui non è severo come il DG, ha una qualità più cinica e svalutante, derisoria: “com’è questa storia che pur sapendo che il marciapiede poteva essere scivoloso, ti sei ritrovato col culo per terra”, ride e poi continua: “hai studiato tanto – il grounding, l’equilibrio e tutte queste belle cose – e il risultato è che non riesci a stare in piedi. Lascia perdere, non ce la puoi fare”, e, sarcastico, ride di nuovo.

Man mano che camminavo e passavano i minuti, respirando più lentamente, ho ripreso a sentire il mio corpo che si muoveva al ritmo dei miei passi. E sono riuscito a mettere in pausa i miei Diavoli. Le sensazioni e i pensieri hanno rallentato e il mio Adulto ha ripreso il suo spazio. Ha cominciato chiedendo al Bambino Ferito, la parte di me più fragile e vulnerabile: “come ti senti?” e ha ascoltato la risposta: “mi sono sorpreso, mi sono spaventato e poi mi è venuto da ridere, come quando guardiamo le comiche del cinema muto. Adesso sto bene.” E anche l’Adulto si è messo a ridere. Poi ha mandato un pensiero grato alla donna che si era fermata per aiutarmi. E tutti insieme abbiamo continuato la nostra giornata.

Essere in grounding non significa non cadere mai. È anche potersi prendere, dopo una caduta, il tempo di qualche respiro per sentire cosa è successo e come ci si sente. E poi rialzarsi. 

Ieri mi sono rialzato subito. 

La cosa che ho imparato è che rialzarsi bene richiede qualche secondo in più. Quei secondi in più sono lo spazio in cui l’Adulto può chiedere: come ti senti?

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